Dall’incontro tra università, ricerca e giovani talenti, l’incubatore napoletano accompagna idee innovative nel passaggio dall’intuizione al mercato. Massimo Varrone racconta come si costruisce un ecosistema capace di trattenere competenze e generare sviluppo nel Sud
Ogni territorio possiede un capitale invisibile fatto di idee, talento e desiderio di costruire il futuro. La vera sfida è creare luoghi in cui questo potenziale possa emergere e trasformarsi in impresa. Campania NewSteel nasce proprio con questo spirito: accompagnare giovani innovatori nel passaggio dall’intuizione al progetto. Ne abbiamo parlato con Massimo Varrone, direttore dell’incubatore.
Campania NewSteel è oggi uno dei principali incubatori di innovazione del Sud Italia. Qual è stata la visione che ha guidato la nascita di questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

«Campania NewSteel nasce nel 2016 da una duplice esperienza di grande rilevanza: l’esperienza di Città della Scienza, operatore della conoscenza multiconcept, e dunque con grande attenzione e focus anche pregresso sulle attività di creazione d’impresa, e la pluricentenaria esperienza dell’Università Federico II di Napoli nella produzione di conoscenza con un interesse crescente all’impatto della terza missione di Ateneo, quella della valorizzazione economica della conoscenza che si persegue tramite la realizzazione di brevetti, l’apertura dei laboratori alla comunità imprenditoriale e, appunto, attraverso la genesi di spin off accademici. L’incontro tra queste due realtà, spinta dall’opportunità offerta dal Decreto Crescita 2.0, ha posto in essere un soggetto giuridico nuovo, Campania NewSteel Srl, la cui mission incarna esattamente quanto appena accennato. L’intuizione è risultata corretta, Campania NewSteel ha in breve ottenuto la prima certificazione ai sensi dell’allora Mise per una realtà a Sud di Roma e ha cominciato a supportare idee di impresa che con un pizzico di immodestia possiamo considerare rilevanti per tutto il tessuto economico locale. Oggi, che la struttura si avvia a compiere il suo primo decennale, pur cristallizzando il concept iniziale, registriamo un grande cambiamento dell’ecosistema che ci circonda e di conseguenza abbiamo risintonizzato il nostro sistema di offerta rendendolo adeguato ai tempi, con una maggiore attenzione all’imprenditorialità locale fatta da imprese competitive in grado di generare collaborazioni virtuose con le nostre start up e con un rapporto più sistemico con la componente laboratoriale da cui derivano le leve competitive più efficaci e durature».
Lavorate ogni giorno accanto a giovani imprenditori e start up. Che cosa vede oggi nei ragazzi che scelgono di intraprendere questo percorso? Quali energie e quali sfide emergono più spesso?
«Il profilo dell’imprenditore potenziale che abbraccia la sfida della start up andrebbe studiato da sociologi e psicologi: si tratta di un unicuum composto da curiosità, energia e propensione al rischio, interlocutori affamati di leve da travasare nella propria creatura alla ricerca di una competitività che poi si traduce in fatturato e creazione di valore. Ma non va trascurato anche l’incredibile amore per il territorio, la capacità di considerare gli interlocutori come shareholders con cui dividere e condividere il valore prodotto. Insomma, splendide persone affamate di vita. E la consapevolezza che, anche grazie al nostro lavoro, questi ragazzi (e meno ragazzi) scelgano di fare impresa qui anziché abbandonare il territorio è per noi motivo di grande orgoglio. Il tutto all’interno di settori che per loro natura gestiscono una competitività nazionale quando non internazionale, come l’automotive, l’energia, l’aerospazio e la cybersecurity, senza tralasciare l’intelligenza artificiale che ormai viene considerata come tecnologia trasversale».
Un incubatore non è solo uno spazio fisico, ma un ambiente di crescita e confronto. Quanto è importante costruire un ecosistema in cui università, ricerca, imprese e talenti possano dialogare tra loro?
«La contaminazione tra i diversi attori è assolutamente fondamentale, e la contiguità fisica lo è ancora di più. Poter contare nello stesso spazio su una varietà di scintille imprenditoriali, laboratori in cui testare le proprie idee, competenze di supporto e intermediari finanziari significa generare quel vero e proprio melting pot di contaminazione in cui fioriscono e si moltiplicano idee e opportunità. In questo modo si diventa davvero un hub, un centro di attrazione capace di mobilitare intelligenze e risorse e di aumentare le probabilità di successo. Riuscire a mettere insieme tutti questi fattori equivale a candidare davvero Napoli a diventare “Città Alpha” al pari di Milano e Roma».
Dietro ogni start up c’è una storia, un’intuizione, spesso anche una sfida personale. C’è un progetto o un percorso nato in Campania NewSteel che, più di altri, racconta lo spirito del vostro lavoro?
«Siamo affezionati a tutti i percorsi che sono nati qui, paradossalmente anche a quelli che non ce l’hanno fatta e a quelli che, per vedere la luce, hanno dovuto cambiare profondamente pelle. Tra tutti, però, quello a cui siamo forse più legati è Megaride: un progetto imprenditoriale che guarda al mondo dell’automotive e che più di altri ha saputo trasferire la capacità competitiva dai laboratori accademici alla prima start up, nata peraltro praticamente insieme all’incubatore. Oggi rappresenta una vera e propria holding del trasferimento tecnologico, avendo già generato altre tre start up in cui trovano spazio genialità e competenze distintive.
Ma non possiamo dimenticare anche le 4 startup che per prime hanno sperimentato l’allargamento del capitale a investitori istituzionali capitanati da CDP Venture Capital SGR, apripista di altre operazioni finanziarie con cui perseguire il modello della crescita esogena, per avvicinarci alle operatività degli ecosistemi più evoluti».




