Patrimonio culturale, sviluppo territoriale e gestione dei flussi turistici: dalla valorizzazione delle aree interne alla gestione dei visitatori, la sfida è trasformare la ricchezza culturale diffusa in opportunità durature per i territori e le comunità
Il patrimonio culturale non è soltanto un’eredità da conservare. Può diventare un’infrastruttura capace di generare sviluppo, rafforzare le comunità e costruire nuove opportunità per i territori. È una prospettiva che richiede un cambio di sguardo: superare l’idea della tutela come limite
e considerarla invece parte di una strategia di crescita sostenibile. Anna Onesti, dirigente della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, già architetto del Parco Archeologico di Pompei, riflette sul ruolo delle Soprintendenze, sulla gestione dei flussi turistici e sulle sfide che attendono il patrimonio culturale nei prossimi anni.
Il patrimonio culturale è sempre più al centro delle strategie di sviluppo territoriale. Dal suo punto di osservazione, quanto questa integrazione tra tutela e sviluppo economico è oggi realmente praticabile?
«Negli ultimi decenni siamo passati da una visione che considerava la spesa per la tutela come un costo necessario, ma improduttivo, a una fase in cui il patrimonio è stato riconosciuto come una risorsa in termini esclusivamente “imprenditoriali”. Oggi il dibattito scientifico e le principali organizzazioni internazionali convergono su una prospettiva più avanzata: la spesa per il patrimonio culturale costituisce un investimento economico e sociale. Il patrimonio culturale non rappresenta soltanto un fattore di crescita economica, ma una vera infrastruttura di sviluppo.
Questa consapevolezza richiede, però, ancora un importante lavoro sul piano operativo: servono modelli replicabili e sistemi di monitoraggio capaci di misurare non soltanto gli impatti economici diretti, ma anche quelli sociali, culturali e territoriali di medio e lungo periodo. La sfida dei prossimi anni sarà dimostrare, attraverso esperienze concrete e dati verificabili, che la tutela del patrimonio culturale non costituisce un vincolo allo sviluppo, ma contribuisce a costruirne le precondizioni».
Le Soprintendenze vengono spesso percepite come soggetti di vincolo più che di indirizzo. Qual è, invece, il loro ruolo operativo nei processi di valorizzazione e quali strumenti hanno per incidere in modo attivo?
«Nei territori caratterizzati da un patrimonio diffuso e complesso come quelli di Salerno e Avellino, la tutela non può essere efficace se non è accompagnata da un costante lavoro di confronto e costruzione di relazioni.
Non è possibile limitarsi all’esercizio delle funzioni autorizzative: occorre costruire reti di fiducia e di collaborazione, condividendo il riconoscimento dei valori che stanno alla base della tutela e affiancando le comunità locali nei processi di valorizzazione. Per questo, ho scelto di adottare una modalità di presenza e dialogo diretto con le comunità locali, visitando i territori, incontrando amministratori, tecnici e associazioni culturali.
Credo che oggi il compito delle Soprintendenze sia anche quello di favorire una visione condivisa del patrimonio come bene comune, secondo i principi della Convenzione di Faro. Vorrei che la “mia” Soprintendenza potesse essere riconosciuta come una piattaforma di dialogo, conoscenza e costruzione del futuro dei territori».
La Campania è uno dei territori a più alta concentrazione di beni culturali e flussi turistici. Quali sono le principali criticità nella gestione di questa pressione e come si possono governare senza compromettere la conservazione?
«Le province di Salerno e Avellino sono un caso significativo: a una straordinaria concentrazione di beni, corrisponde una distribuzione dei flussi fortemente squilibrata. Alcuni luoghi sono interessati da una pressione crescente, mentre vaste aree dell’entroterra e numerosi siti di grande valore, come il Cilento interno e l’Irpinia, restano ai margini.
Di fronte alla sfida del sovraffollamento turistico, la risposta non può limitarsi a divieti o restrizioni. Occorre una visione sistemica, capace di mettere in relazione risorse e criticità dei diversi territori. Il tema centrale diventa quello dell’ampliamento e della diversificazione dell’offerta culturale, attraverso esperienze integrate capaci di distribuire i visitatori nello spazio e nel tempo. La vera sfida è passare dalla logica del singolo attrattore a quella della rete, nella quale i grandi poli culturali diventano porte di accesso a sistemi più ampi di luoghi, comunità e paesaggi. Un altro tema fondamentale riguarda la sostenibilità dei flussi. Anche in questo caso, più che limitare, occorre orientare.
Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale possono offrire strumenti interessanti per personalizzare l’esperienza di visita, monitorare le presenze, prevedere le situazioni di congestione, suggerire percorsi alternativi e programmare le visite verso luoghi e periodi meno affollati, migliorando contemporaneamente la qualità dell’esperienza dei visitatori e la tutela dei beni».
La sua esperienza al Parco Archeologico di Pompei e, oggi, alla Soprintendenza di Salerno e Avellino le offre due prospettive diverse. Quali sono le differenze principali tra gestione diretta di un grande attrattore e controllo diffuso sul territorio?
«L’esperienza maturata a Pompei e quella che vivo oggi alla guida della Soprintendenza sono certamente diverse, ma profondamente complementari. Pompei è stata una vera palestra professionale, un laboratorio permanente nel quale tutela, ricerca, valorizzazione, comunicazione e sviluppo territoriale dialogano costantemente. Si è compreso che la tutela non si esaurisce nella conservazione del bene, ma richiede la capacità di raccontarlo, renderlo comprensibile e costruire relazioni significative con le comunità e con i visitatori.
L’esperienza della Buffer Zone UNESCO di Pompei mostra come tutela e valorizzazione possano riguardare non soltanto il sito archeologico, ma l’intero contesto territoriale, paesaggistico e culturale che lo circonda. Nel territorio di mia competenza, stiamo cercando progressivamente di superare la distinzione tra grandi attrattori e patrimoni cosiddetti minori. Esistono differenze di scala e notorietà, ma non di valore. Il patrimonio culturale funziona sempre più come una rete nella quale ogni luogo contribuisce a rafforzare il significato degli altri. Credo che il futuro della gestione culturale risieda proprio nella capacità di passare da una visione centrata sul singolo attrattore a una visione di sistema».
Quanto conta oggi la qualità del progetto nel determinare anche un ritorno economico e non solo culturale?
«Un buon progetto è spesso lo strumento più efficace per superare contrapposizioni apparentemente insanabili, individuando soluzioni capaci di coniugare tutela, accessibilità, sviluppo locale e qualità del paesaggio. Tutelare non significa congelare l’esistente, ma orientare le trasformazioni. Attraverso il progetto è possibile leggere e interpretare i valori del patrimonio, rileggerli in chiave contemporanea e individuare funzioni compatibili con i contesti storici e paesaggistici.
In questo senso, il progetto non è soltanto una risposta tecnica, ma un processo culturale che consente al patrimonio di continuare a produrre valore. Rappresenta, inoltre, uno strumento fondamentale per superare le contrapposizioni tra interessi pubblici e privati, tra tutela e sviluppo, tra conservazione e trasformazione. Questo è il passaggio fondamentale: dalla logica del vincolo alla logica del progetto. La qualità progettuale diventa la chiave per trasformare il conflitto in opportunità».




