Turismo e cultura, la svolta delle competenze

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Turismo e cultura oltre la crisi post-Covid: la carenza di personale è un nodo strutturale. Servono nuove competenze ibride e più formazione per valorizzare il settore. Ne parliamo con Piercamillo Falasca, Coordinatore Osservatorio Proxima

L’Italia è tra le principali mete turistiche mondiali per patrimonio culturale, ma molti operatori segnalano difficoltà nel reperire personale qualificato. A suo avviso si tratta ancora di un effetto post-pandemico o di un disallineamento strutturale tra domanda di lavoro e competenze disponibili nei settori turismo e cultura?

«Purtroppo, non è la coda della pandemia. I numeri raccontano qualcosa di più profondo. Per la sola estate 2026, hotel e ristoranti si trovano a fronteggiare una carenza di personale che potrebbe toccare le 500mila unità. E la cifra cresce di anno in anno, non si riduce. Siamo di fronte a un fenomeno strutturale.

Il settore ha cambiato pelle e, probabilmente, non tutti se ne sono accorti. Il turista internazionale di oggi non vuole solo dormire in un posto carino: vuole vivere un’esperienza. Costruire esperienze di qualità richiede figure professionali nuove, ibride, capaci di tenere insieme competenze digitali, lingue, gestione della relazione con il cliente. Secondo i dati più accreditati, circa 6 operatori italiani su 10 segnalano carenza di competenze specifiche – una percentuale più alta della media europea. Il problema non è solo trovare persone: è trovare le persone giuste e, poi, formarle adeguatamente. Nel nostro Rapporto Formazione e Lavoro 2026 diamo conto di una cifra critica: solo il 43,5% delle imprese del settore turismo forma i propri dipendenti».

Quali sono oggi i profili più difficili da trovare e perché? Il sistema formativo italiano – università, ITS Academy e scuole professionali – sta rispondendo in modo adeguato alle esigenze del mercato?

Pier Camillo Falasca

«Se dovessi descrivere il profilo più cercato oggi con una parola sola, direi: ibrido. Revenue manager, specialisti di marketing digitale, direttori di boutique hotel, chef per resort di lusso, professionisti in grado di gestire eventi aziendali complessi; sono tutte figure che uniscono specializzazione tecnica e competenze trasversali – e sono tutte drammaticamente difficili da trovare. Una risposta esiste e si chiama ITS Academy. I numeri sono incoraggianti: gli iscritti sono triplicati rispetto al periodo pre-PNRR, passando da 12mila a oltre 40mila, e le imprese nel 2025 hanno richiesto 120mila diplomati ITS, ma l’offerta non riesce ancora a tenere il passo. La cattiva notizia è che la scala di questo cambiamento è ancora insufficiente e che mancano percorsi strutturati sul versante della gestione culturale, dell’hospitality di lusso, della valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Secondo i dati che abbiamo analizzato, l’84% dei diplomati ITS trova lavoro entro dodici mesi – un risultato che l’università tradizionale si sogna -, ma il sistema è ancora troppo piccolo rispetto al fabbisogno reale».

Cultura e turismo pesano in modo rilevante sull’economia nazionale, ma sono spesso percepiti come settori fragili rispetto ad altri comparti produttivi. Quali opportunità vede per trasformare questo patrimonio in un vero vantaggio competitivo per l’Italia, anche sul piano internazionale?

«Bisogna avere il coraggio di rovesciare la narrazione. Cultura e turismo non sono settori fragili: sono il nostro asset più solido, quello che nessun competitor può replicare comprando una licenza o costruendo uno stabilimento. Il settore culturale vale il 5,6% del PIL nazionale. Non si può vivere solo di turismo, come pensa qualcuno, ma il turismo può far vivere meglio. Più della metà dell’intera spesa turistica in Italia – tra i 50 e i 60 miliardi di euro annui – è legata direttamente a consumi culturali: quasi 380 milioni di presenze all’anno motivate dal patrimonio artistico e monumentale, dalla bellezza del nostro Paese.

Nessun paese può fabbricarsi da zero 61 siti UNESCO, secoli di artigianato, una gastronomia radicata nel territorio. Il turismo è uno dei pochissimi settori in cui si può costruire un’economia fondata sull’unicità, non sulla produzione di massa: sostiene musei, teatri, artigianato, produzioni tipiche e genera occupazione giovanile e femminile. La sfida è smettere di trattarlo come una rendita da godere e iniziare a considerarlo come un asset da rivalutare costantemente: qualità dell’offerta, de stagionalizzazione, salari competitivi, carriere attraenti per i giovani. Non ci siamo “sudati” la ricchezza e la bellezza, ma dobbiamo sapercela meritare».

Se dovesse indicare tre priorità d’azione per governo, imprese e sistema formativo, quali sarebbero? Ci sono esperienze europee o internazionali da cui l’Italia potrebbe trarre ispirazione concreta?

«Tre priorità, concrete e non rinviabili. La prima: portare le imprese dentro la formazione, non lasciarle fuori ad aspettare. Il modello tedesco della formazione duale – in cui le aziende co-progettano i percorsi insieme alle scuole – è la strada maestra. In Italia va potenziato il ruolo delle associazioni di categoria nella definizione dei curricula ITS; la Spagna lo sta già facendo nel turismo con risultati documentati.

La seconda: lavorare sulle condizioni, non solo sulle competenze. Con oltre 258mila posizioni scoperte nel comparto, un’impresa che applica correttamente il contratto, offre welfare e costruisce premi di risultato trasparenti ha già oggi un vantaggio competitivo reale nella selezione del personale. Il CCNL Turismo rinnovato va nella direzione giusta: ora serve che le imprese lo usino come leva, non lo trattino come un adempimento. La terza: investire sulla valorizzazione digitale del patrimonio. Borghi, musei minori, artigianato identitario sono risorse enormi e largamente sottoutilizzate. Servono competenze per trasformarle in prodotto turistico competitivo sui mercati internazionali. È lì che si gioca la partita del futuro».

In uno scenario internazionale segnato da conflitti e tensioni commerciali, quale ruolo possono avere cultura e turismo nel rafforzare il posizionamento dell’Italia? Possono diventare strumenti attivi di soft power e diplomazia economica?

«Il mondo si sta riscrivendo e, per una volta, l’Italia parte da una posizione favorevole. L’instabilità geopolitica, le tensioni commerciali, l’incertezza sui cambi e la crescente attenzione alla sicurezza stanno ridisegnando i flussi turistici globali. L’Italia entra in questa fase con un vantaggio concreto: domanda estera in crescita e un patrimonio urbano diffuso che non ha eguali.

I dati 2025-2026 mostrano già una migrazione dei flussi turistici dai mercati in contenzioso con gli USA verso destinazioni alternative in Europa. L’Italia può intercettare questa riallocazione – ma solo se investe sulla qualità percepita, sulla sicurezza, sull’identità culturale come fattore distintivo riconoscibile.

C’è poi una dimensione che va oltre l’economia. L’Italia è membro ininterrotto del Consiglio UNESCO da vent’anni, forte dei suoi 61 patrimoni riconosciuti – un primato che le conferisce un soft power enorme. Cultura e turismo non sono semplici settori produttivi: sono vettori di immagine, di fiducia, di relazioni internazionali durature. In un mondo dove la reputazione di un Paese vale quanto i suoi prodotti, l’Italia ha in mano uno strumento di diplomazia economica che pochi altri possono permettersi. La domanda è se abbiamo la consapevolezza strategica per usarlo davvero».

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Immagine di Cinzia Funcis
Cinzia Funcis
Coordinatrice di redazione e giornalista

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