Dallo spin-off universitario al dialogo con Formula 1 e costruttori internazionali. Aleksandr Sakhnevych, CEO e co-founder di MegaRide, racconta come la ricerca scientifica si traduca in modelli predittivi e soluzioni software per l’automotive, valorizzando talenti e territorio
Nata all’interno dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, MegaRide è oggi una realtà tecnologica che opera sui mercati internazionali dell’automotive e del motorsport. Il percorso dell’azienda dimostra come la ricerca accademica, se strutturata e accompagnata da una visione imprenditoriale solida, possa diventare piattaforma di innovazione industriale. In questa intervista, Aleksandr Sakhnevych, CEO e co-founder, ripercorre le tappe di una crescita fondata su competenze scientifiche, modelli predittivi avanzati e una forte integrazione con l’ecosistema territoriale.
In che modo il legame con il mondo accademico ha inciso sulla proposta di valore dell’azienda?
«MegaRide nasce da una storia di ricerca che ha scelto di non rimanere chiusa nei laboratori, ma di misurarsi con le sfide del mondo reale. Investire in conoscenza, per noi, non è uno slogan ma una pratica quotidiana: continuiamo a puntare su dottorati, tesi, progetti di ricerca e formazione su tecnologie di frontiera, perché solo competenze profonde e specialistiche consentono di competere in un settore che impone standard di eccellenza su scala globale.
Questo impianto scientifico ci ha aperto le porte del motorsport – dalla Formula 1 alla NASCAR, dalla Formula E alla MotoGP – e, da lì, a un dialogo sempre più strutturato con costruttori automotive, produttori di pneumatici e fornitori di componenti. La transizione da ricercatori a imprenditori è stata accompagnata da Campania NewSteel, che ci ha supportato nella trasformazione di algoritmi e prototipi in un progetto d’impresa solido, mettendoci in contatto con competenze manageriali e consulenziali che ancora oggi sostengono la crescita di MegaRide.
Oggi viviamo un flusso bidirezionale: le sfide industriali alimentano la ricerca universitaria, finanziando dottorati e attrezzature avanzate, mentre i risultati accademici rientrano in azienda sotto forma di modelli predittivi, software e soluzioni capaci di anticipare le esigenze della guida autonoma e della mobilità interconnessa. È un circolo virtuoso che tiene insieme talento, territorio e industria globale».
Le vostre tecnologie si basano su modelli fisici predittivi in tempo reale. Come costruite credibilità presso i grandi player internazionali?
«Le nostre tecnologie nascono da modelli fisici predittivi robusti e in tempo reale, ma perché diventino realmente trasformativi serve una strategia di posizionamento altrettanto solida. Abbiamo scelto una governance con Dual CEO e una chiara divisione di responsabilità: io seguo tecnologia, prodotto, open innovation e acquisizioni; l’altro CEO guida partnership, business development, marketing, relazioni esterne e operations. La strategia è condivisa e costruita in modo collegiale, così da integrare competenze e prospettive diverse.
Nel go-to-market non puntiamo su un marketing di massa, ma su branding e thought leadership: presenza costante in conferenze tecnico-scientifiche, pubblicazioni, collaborazioni con team e costruttori di vertice, casi applicativi con risultati misurabili in pista e nei centri di sviluppo. Questo lavoro ha rafforzato la credibilità di MegaRide e del gruppo di ricerca da cui proveniamo, attirando tesisti, dottorandi e ricercatori dall’estero e rendendoci partner affidabili in progetti europei complessi. Il brand diventa così un ponte tra industria, ricerca e talenti internazionali».
Quali sono oggi le principali direttrici di crescita dell’azienda?
«MegaRide oggi è una holding composta da quattro realtà, cresciute in modo organico e autofinanziato, costruendo basi solide senza scorciatoie. Alla radice c’è un’idea semplice: prendersi cura delle persone, nutrirne il talento e accompagnarne la crescita. Le quasi sessanta persone del gruppo sono cresciute con noi e questo consente di guardare al futuro con orizzonti di lungo periodo. Le direttrici di sviluppo partono dal motorsport ma lo superano: le tecnologie di virtual sensing e controllo che oggi ottimizzano le prestazioni in pista possono diventare strumenti per migliorare sicurezza, manutenzione e diagnostica di qualunque veicolo. Soluzioni come VESevo permetteranno di comprendere in modo semplice quando sostituire gli pneumatici; la robotica e l’Industria 4.0 aprono a sistemi di misura rapidi e non distruttivi per ridurre sprechi e impatto ambientale; una piattaforma digitale potrà aggregare, a Napoli e nel mondo, chi condivide questa visione. In questo scenario l’università resta un attore centrale dello sviluppo territoriale: gli spin-off sono ponti vivi tra ricerca e società, attraggono talenti e generano competenze. È così che l’innovazione scientifica italiana può diventare motore di competitività internazionale, soprattutto nei territori che hanno più bisogno di nuove opportunità, come il Mezzogiorno».




