Nel cuore di Napoli, Made in Cloister restituisce nuova vita a un chiostro del Cinquecento, rimasto abbandonato per oltre un secolo, trasformandolo in un luogo vivo di cultura. Qui arte contemporanea, artigianato, innovazione e comunità dialogano con la memoria del passato, dando forma a uno spazio di relazione, ricerca e produzione contemporanea
Eleonora de Blasio è Co-fondatrice e Direttrice della Fondazione Made in Cloister, progetto culturale nato a Napoli nel 2012 con l’obiettivo di recuperare e restituire alla comunità il chiostro cinquecentesco della Chiesa di Santa Caterina a Formiello. La Fondazione promuove un percorso di rigenerazione urbana fondato sul dialogo tra arte contemporanea, artigianato e partecipazione, lavorando sulla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale del territorio. Al centro della sua attività ci sono il rilancio del fare artigianale e la costruzione di percorsi culturali capaci di mettere in relazione memoria, linguaggi contemporanei e comunità.
Made in Cloister nasce in un luogo carico di memoria e identità. Come può la cultura contemporanea dialogare con il passato trasformandolo in qualcosa di vivo?

«La cultura è sempre stata uno strumento per riflettere su quello che accade intorno a noi. Oggi, in particolare, ci permette di soffermarci, di prenderci il tempo per costruire pensieri e farli germogliare.
Noi abbiamo scelto di seguire questa strada mettendo insieme arte contemporanea, artigianato e comunità, il tutto in dialogo con un luogo che abbiamo il privilegio di chiamare sede della Fondazione: un chiostro del Cinquecento, abbandonato per più di un secolo, che oggi rivive. La sua vocazione non è quella di semplice spazio espositivo, ma di materia viva da cui nascono tutte le attività che programmiamo. Un esempio è il programma degli ultimi due anni, dedicato alla rinascita e alla trasformazione. I temi sono in comunione con la storia dello spazio, ma anche con il suo futuro e con il nostro. Il chiostro, inoltre, funziona come uno spazio relazionale: mette in contatto artisti e artigiani del territorio, il quartiere e un pubblico internazionale, la tradizione manifatturiera napoletana e i linguaggi del contemporaneo».
Le nuove tecnologie stanno cambiando il linguaggio dell’arte e della cultura. Come evolve oggi il modo di raccontare e vivere l’esperienza culturale?
«Da un punto di vista divulgativo, le nuove tecnologie hanno permesso un accesso e una fruibilità molto più ampi, superando anche le barriere geografiche, e hanno offerto al mondo della creatività nuovi strumenti di produzione.
Esiste però un macro-tema oggi molto discusso, che riguarda potenzialità e rischi dell’intelligenza artificiale. Penso, ad esempio, alla riconoscibilità dell’autorialità.
Questo dà ancora più valore alle istituzioni culturali e ai luoghi in cui il pensiero critico viene alimentato e la visione nutrita o, se vogliamo, messa in discussione. Sono gli spazi in cui non ci limitiamo a vedere, ma sentiamo e ascoltiamo».
In un tempo attraversato da immagini e stimoli continui, quale ruolo può avere la cultura nel generare conoscenza e profondità?
«Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di immagini e stimoli. In questo contesto la cultura può fare qualcosa che altri linguaggi non riescono a fare: generare conoscenza, consapevolezza e profondità.
Non si tratta solo di guardare, ma di orientare lo sguardo, capire cosa osservare e perché. La cultura è il luogo del tempo lento, quello che serve per riflettere, sentire e costruire comunità».
Made in Cloister costruisce un dialogo tra arte, artigianato, innovazione e comunità. È questa una direzione possibile per la cultura contemporanea?
«La metodologia che abbiamo applicato alla Fondazione, e che unisce questi quattro pilastri, è sicuramente un modo per invitare le persone a riflettere sulla propria identità e sul mondo contemporaneo. Il modello funziona proprio perché nasce da un contesto specifico: un quartiere, una storia, una comunità artigiana. È questa radice a renderlo trasferibile: non una formula astratta, ma un metodo che si adatta ai luoghi.
Tuttavia, la cultura è un insieme vasto e plurale: ci sono molte direzioni possibili in cui potrà muoversi, e questa è solo una di esse».




