Dall’Apple Developer Academy di Napoli prende forma un ecosistema nel quale formazione, ricerca e imprese collaborano per costruire le competenze richieste dalle trasformazioni tecnologiche
Professore di Sistemi di elaborazione delle informazioni presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e direttore scientifico dell’Apple Developer Academy, Giorgio Ventre analizza l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro e sulla formazione soffermandosi sulle condizioni necessarie per rafforzare l’ecosistema campano dell’innovazione.
L’Apple Developer Academy rappresenta una delle esperienze più significative a livello internazionale nella formazione delle competenze digitali. Quali sono le più importanti per affrontare le trasformazioni tecnologiche dei prossimi anni?
«L’enorme impatto dell’intelligenza artificiale in tutte le aree tecnologiche e scientifiche, come supporto alle attività di organizzazione e sviluppo, fa immaginare uno scenario nel quale le competenze necessarie per un uso consapevole e sicuro di questa tecnologia siano quanto più possibile diffuse. Se immaginiamo un mondo in cui le piattaforme di AI diventino strumenti di uso quotidiano per professionisti come avvocati, medici e manager d’azienda, queste competenze dovranno rapidamente entrare a far parte integrante della formazione universitaria e professionale, affiancandosi al tradizionale bagaglio di conoscenze che caratterizza ciascun ambito.
Un avvocato che voglia utilizzare in maniera affidabile gli LLM a supporto del proprio lavoro in tribunale o della propria attività di consulenza dovrà, ad esempio, essere capace di comprenderne le modalità di utilizzo e i limiti. Allo stesso tempo, proprio a causa del crescente supporto offerto dagli strumenti automatici alla componente più propriamente compilativa delle diverse professioni, occorre proteggere la loro parte più “umana”, ossia quel patrimonio di competenze fondato sul bagaglio culturale e sociale di ogni individuo. In un mondo nel quale le macchine diventano sempre più partner professionali delle persone, dobbiamo tutelare soprattutto la componente umanistica delle nostre competenze: la capacità di sviluppare una visione critica, confrontarsi con contesti differenti e valutare le specifiche condizioni di ogni situazione.
In un white paper molto interessante di Jack Dorsey per Block, la sua nuova realtà imprenditoriale, emerge, a mio avviso, la visione più corretta degli strumenti di lavoro intellettuale basati sull’AI. Non quella di un “automa magico” capace di replicarsi e svolgere la maggior parte del lavoro di un singolo, moltiplicandone all’infinito la capacità produttiva, ma piuttosto quella di un’intelligenza collaborativa, in grado di supportare i gruppi di progettazione e sviluppo, tenere traccia delle attività quotidiane, occuparsi della parte strettamente operativa e, al tempo stesso, garantire coerenza e continuità al lavoro del gruppo».
Parlare di “Territorio 4.0” significa immaginare una tecnologia capace di fare sistema tra imprese, università, start up, istituzioni e giovani talenti. Quali condizioni servono affinché Napoli e la Campania possano diventare un laboratorio stabile di innovazione applicata e transizioni reali?
«Lo sviluppo di aree e territori non avviene mai per caso, ma è sempre determinato dalla presenza di condizioni economiche, geografiche, demografiche e culturali, oppure da una combinazione di questi diversi elementi.
La Silicon Valley è nata grazie alla presenza di eccellenti università, pubbliche e private, di capitali e finanza di rischio e di una forte domanda di tecnologia da parte del governo degli Stati Uniti e delle sue diverse agenzie. A questi fattori si aggiungono la qualità della vita e la prossimità all’area del Pacifico, rivelatasi centrale nelle dinamiche di sviluppo delle tecnologie elettroniche.

Con le evidenti differenze di scala, credo che Napoli e la Campania siano oggi in grado di offrire alcune di queste condizioni: la presenza di sette atenei e di decine di centri di ricerca pubblici e privati, una grande tradizione nell’ingegneria e nelle scienze della vita, un’ottima qualità della vita – intesa anche come capacità di accoglienza – e una posizione centrale nel Mediterraneo, come punto di contatto tra Europa, Africa e Medio Oriente.
A ciò si aggiunge la forte collaborazione sviluppata da anni con gli enti di governo locale, come Comune e Regione, che hanno sostenuto con continuità la crescita di un ecosistema dell’innovazione e della ricerca. Questo impegno si è tradotto anche nella capacità di attrarre investimenti da parte di aziende nazionali e multinazionali».
La Campania sta vivendo una fase di evoluzione nel campo dell’innovazione e delle nuove tecnologie. Quali sono oggi i principali punti di forza del territorio e quali criticità devono essere superate per attrarre talenti, investimenti e nuove imprese?
«In questa fase la Campania risente delle stesse criticità che interessano l’Italia e l’Europa, a partire dalla mancanza di una forte domanda di innovazione e ricerca sviluppata autonomamente dai nostri talenti.
Dipendiamo eccessivamente dagli Stati Uniti e dalla Cina e non riusciamo a essere indipendenti in filiere fondamentali come l’elettronica, le piattaforme di sviluppo, il cloud e l’AI.
L’Europa deve iniziare a creare e acquistare la propria tecnologia, così come è riuscita a fare in settori caratterizzati da elevatissimi livelli di tecnologia e competizione, come l’aeronautica e la difesa».
Il dialogo tra università, ricerca e sistema produttivo è sempre più centrale per rafforzare filiere, competenze e impatto economico. In che modo la formazione avanzata può contribuire a costruire una crescita più competitiva, inclusiva e radicata nel territorio?
«Dobbiamo considerare sempre di più la formazione e l’innovazione come dimensioni strettamente connesse. Se vogliamo avere aziende competitive, dobbiamo essere in grado di formare i talenti necessari alla loro crescita e creare le innovazioni che consentano loro di affermarsi in un mercato sempre più globale.
Questo significa investire in un rapporto continuativo tra mondo accademico e sistema delle imprese, facendo in modo che dialoghino costantemente e imparino a lavorare insieme. Alla Federico II, nel nuovo campus di San Giovanni a Teduccio, stiamo facendo esattamente questo: coinvolgiamo le aziende nella formazione specialistica attraverso le Academy e ospitiamo i loro tecnologi e ricercatori per sviluppare progetti comuni, secondo l’approccio dell’open innovation».




